“E’ possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico”(n.79).

E’ un’affermazione molto importante questa che papa Francesco fa nella sua “Querida Amazonia”, memore della scandalosa e selvaggia aggressione ai simboli religiosi degli indios in una chiesa romana durante il Sinodo sull’Amazzonia da parte di un sedicente cattolico, dimentico di tutto il carico idolatrico di certo cristianesimo. Un’aggressione che ha messo in ombra un evento di eccezionale importanza: la presenza nella Basilica vaticana della “Pachamama”, accolta nel cuore e nel centro della simbologia cattolica. Segno del più alto livello della carità del dialogo, quello appunto tra simboli religiosi, che rappresenta la frontiera più difficile del confronto di civiltà, perché va ben oltre il dialogo interculturale e interreligioso incentrato sui pur cruciali valori della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato. Giungere a far dialogare i simboli religiosi significa – come affermava Panikkar – far dialogare le “frontiere verticali”, che ci attraversano e ci separano nelle profondità dell’anima e delle rappresentazioni culturali.

E poiché le religioni esprimono il cuore e il centro di ogni cultura, si comprende come l’autentico dialogo debba far respirare insieme la dimensione del sacro e del santo. Fuori da qualsiasi relativismo, che omologa e uccide le differenze, e all’interno di una relatività necessaria, che accoglie e riconcilia le diversità, dal momento che nessuna religione possiede la verità e ha l’esclusiva di Dio.

Se si vuole andare alle radici dell’ intolleranza e degli integralismi che oggi fomentano odio, discriminazione, violenza e ingiustizia su tutto il pianeta, attraverso una rete sempre più fitta di reticolati, muri e barriere, si deve portare il dialogo a questa profondità. Di cui, l’evento in San Pietro e, su un altro piano, l’incontro multireligioso di Assisi del 27 ottobre 1986 sono stati importante prefigurazione e anticipazione.

Il papa del dialogo conosce bene questo (difficile) orizzonte e si spende per avvicinarlo a noi, creandone i presupposti. I gerarchi cattolici gli dovrebbero essere infinitamente riconoscenti, invece di denigrarlo, attaccarlo ed impaurirlo.

“Un mito carico di senso spirituale può essere valorizzato e non sempre considerato un errore pagano. Alcune feste religiose contengono un significato sacro…”, scrive ancora Francesco (ivi).

Ci dispiace e ci addolora vedere questo grande pontificato frenare la sua straordinaria carica riformatrice, e quasi ripiegarsi su se stesso, come quando una barca fa il giro di boa e torna indietro.

Un solo, rispettoso appello rivolgiamo a Francesco: lui che più di tutti ci ha insegnato a disarmare il nostro linguaggio (come nella potente “Dichiarazione sulla Fraternità” di Abu Dhabi), non usi in senso dispregiativo la parola “paganesimo”, equiparandolo a superstizione (n.78); riecheggiando così la dolorosa e ingiusta frattura tra cristianesimo nascente e politeismo, ereditata dalla Patristica. Il politeismo ha in sé una tale potente tensione verso il Dio monoteistico e trinitario che chiede, oggi più che mai, rispetto e sapiente discernimento.

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