I miei passi risuonano vuoti nell’immenso anfiteatro di piazza San Pietro fin giù a via della Conciliazione e a Castel Sant’Angelo, che un misterioso maleficio sembra aver tramutato in un bosco di pietra, addormentato in un sonno lunare.

Bellezza assoluta e impura,che rifulge come sole nella notte romana, e che tuttavia sembra inabissarsi nel silenzio che sale dai sanpietrini, come se sotto si spalancasse la bocca divorante dell’Ade.

Un brivido sacro, che agghiaccia. Un silenzio attonito, spettrale, che ingoia i miei passi e il secolare clamore delle masse interminate di pellegrini, cancellate di colpo. Come il “day after” di un’esplosione della bomba N, che annichilisce l’umano ma graziosamente rispermia l’ambiente: il gelo delle inquietanti piazze di un De Chirico. Metafisica dell’assenza, approdo della Modernità al Nulla?

In questa monumentale solitudine gettano vuote le loro braccia sull’almo Tevere le arcate del ponte di Castel Sant’Angelo con le statue che danzano mute, e l’Arcangelo sulla rossa Mole che brandisce impotente la spada che una volta -dicono- sconfisse un’altra peste. Nel silenzio impietrito, si voltano insieme verso le statue sorelle degli Apostoli e del Cristo alte sul frontone della Basilica vaticana, che fissano sconcertate il vuoto.

Anche tu, Bellezza, senza Amore muori.

Ma il silenzio surreale della Piazza -simbolo caro alla Terra- si fa metafora viva dell’attonito silenzio che improvvisamente ha stretto alla gola il mondo -oltre le terre dell’odio e della fame, oltre ogni popolo e Nazione- e ne affanna il respiro.

D’un tratto la Terra è diventata più piccola, recuperando la sua vera misura. L’impercettibile virus l’ha ristretta, come un panno lavato male. Ma un mondo più piccolo chiede un uomo più grande di te -homo technologicus- che sia capace di tenerlo nel palmo del cuore.

Ma sapremo nobilitarci sull’orlo dell’abisso?

Indietro non possiamo tornare (anche se proveremo a farlo!), perché altre micidiali catastrofi seguirebbero -inimmaginabili- a questo drammatico campanello d’allarme del coronavirus, e sarebbe la fine dell’Uomo, morrebbe la Storia.

Un uomo più grande di te, che rimani in fondo -homo deus- soltanto un predatore, un rapinatore che attenta…al proprio patrimonio e si suicida. Il tuo reato -il tuo peccato- si chiama antropocentrismo assoluto. Il mondo non è un “far west” -McDonald-Trump- e nessun bandito -Greta- può farvi più scorrerie.

Ma tacciono anche le parole: spente da tempo quelle della politica, immiserite quelle dei dotti, tacciono anche quelle della fede. Le parole sono improvvisamente diventate come foglie ingiallite.

Perché?

Perché è cambiata la scena del mondo e nuova è la Tragedia del Moderno. Deve, dunque, cambiare la visione. Anche perché il coronavirus ha infettato il nostro ipertrofico individualismo e l’insulsa Trinità del denaro, idolo del tempio del mercato selvaggio, terreno di coltura di un consumerismo atroce che ha inquinato le falde profonde della vita.

Una nuova visione, perché senza giustizia e uguaglianza il mondo va a sbattere, ma senza fratellanza anche la libertà (e la democrazia) naufraga.

Una nuova visione per l'”uomo planetario”: tutto è un’unica famiglia universale. La nostra visione antropocentrica è divenuta d’un tratto provinciale e delittuosa. Abbiamo distrutto le foreste dell’Africa Occidentale, e da qui è uscito Ebola; facciamo avidamente razzia di animali selvatici, e da qui è venuto il “per noi” terribile coronavirus. Che non è l’untore. Lui se ne stava ospite quieto di pipistrelli e pangolini, e non ci ha dichiarato la “prima vera guerra mondiale”, come ha scritto qualcuno. L’untore siamo noi.

La fraternità o è olistica, estesa anche alle creature della Natura e al Cosmo, o semplicemente non è. Questo l’apprendistato all’ignoto, questa l’elaborazione collettiva del trauma della Pandemia che oggi ci sfidano. Certo, saremo tentati di praticare i rimedi di un “prima” che non può tornare, e vorremo seguire imperterriti le vie d’antan. Ma saranno solo maquillage e non ci potranno salvare. La Pandemia deve diventare laboratorio di una nuova umanità, di un nuovo umanesimo, integrale e cosmico. E’ necessaria una radicale metanoia: dobbiamo rifare l’esperienza della vita sula Terra, come sosteneva Raimon Panikkar. Per la nostra felicità, per il bene del mondo. E se nel Canal Grande sono tornati i pesci, pensate cosa diventerebbe la Terra! Occorre ri-mettere “a fuoco” l’umano, occorre incendiare la vita d’un rinnovato amore.

Queste dovrebbero essere le nuove parole, comuni a credenti e a non credenti. Queste anche le parole della Fede, che anch’essa sembra essersi ammutolita. Non la preghiera di san Marcello al Corso -papa Francesco- dove chiedevi a Dio di fermare con le sue mani l’inconsapevole virus -questa è una preghiera sbagliata ad un Dio sbagliato, Santità- ma le parole immense della tua Enciclica profetica “Laudato Si'”. Lì c’è tutto, ci sono le nuove parole, e c’è la nuova visione: primo passo verso una civiltà nuova, l’hanno definita Edgar Morin e Zygmunt Bauman.

E al contempo ci appare anche quale preghiera invocare nel cuore (precario) della Tragedia Moderna: farsi sorelle e fratelli universali; “Essere santi com’è Santo il Padre vostro che è nei cieli”, come ci ricorda Gesù. Non intendiamo questo quando nel “Padre nostro” diciamo: “Sia santificato il tuo Nome”? Non si può, infatti, santificare Dio, che è il Santo per antonomasia; possiamo santificarlo solo santificando noi stessi, come scriveva Simone Weil.

“Farsi” cioè preghiera, laica e spirituale a un tempo, pienezza dell’umano che coincide con la nostra divinizzazione.

E da questo punto di vista, bene ha fatto papa Francesco a voler tenere aperte le chiese (parrocchiali), nel rispetto beninteso della massima osservanza dei decreti delle autorità civili e scientifiche. L’autentica Fede rispetta la politica e la scienza, ma essa è un’altra cosa, è l’Oltre che ci invera.

E, sia detto per inciso: non si può chiudere i luoghi della fede (di tutte le fedi) e tenere aperte le borse! Ancora una volta sbagliando dio e cammino.

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