Potente preghiera “impotente” di papa Francesco, solo, ieri sera, nell’immensa piazza San Pietro vuota, in compagnia della pioggia. L’ostensorio a benedire sull’uscio della Basilica vaticana, in un silenzio lunare, un’immensa assenza, ma ben più potente presenza. Impotente preghiera che ha toccato, in un momento, il cuore dell’Uomo e della Terra. Anche plasticamente, la fragilità della preghiera (che viene da precario) è risaltata potente nella prima invocazione universale in difesa della vita sulla Terra. Suscitando un’emozione di cosmiche risonanze.

“In un mondo malato, pensavamo di essere immuni”, ha gridato il papa, visibilmente piegato dall’immensa sofferenza che stringe tutto il mondo.

“Siamo tutti nella stessa barca -ha proseguito il papa, commentando uno straordinario passo evangelico (Mc. 4, 35-40), e pensando a tutta la Terra- ma bisogna reimpostare la rotta, fuori da ogni affanno di onnipotenza e di possesso”!

Ed ora, cosa dobbiamo aspettarci? La sconfitta dell’ignaro coronavirus per mano di Dio, come per mano di Dio il crocifisso di San Marcello al Corso avrebbe frenato la peste nel 1500?

No, nessun miracolo. Non è questo il senso profondo della preghiera. Dio non è un tappabuchi.

Nella preghiera, piuttosto, noi ci mettiamo in comunione con il Padre (che è bene e promuove, sostiene le azioni e i desideri di bene e di giustizia degli uomini), ci facciamo preghiera, assumiamo impegni di bene e ci convertiamo. In questo tragico caso della pandemia, significa cambiare radicalmente la visione (Panikkar parlava a riguardo di cosmovisione) dei nostri rapporti con la Natura e le specie viventi, e comprendere che ogni cosa è vivente ed è parte dell’unica famiglia universale, ed ha diritto ad essere rispettata. Fuori da “ogni affanno di onnipotenza e di possesso”, come diceva appunto Francesco (e come ha meravigliosamente scritto nella “Laudato Si'”). Questa la metanoia che il nuovo millennio ci chiede, e questo ha potentemente invocato l'”impotente” papa.

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