Il giovedì sera, nel mondo ebraico, comincia dopo il tramonto, la Pesah, il grande giorno della liberazione dalla cattività del Faraone. La festa della libertà, che è la linfa di cui respira l’umano, ed è in qualche modo l’umano stesso.

Quel giovedì sera, anche l’ebreo Gesù, con i suoi discepoli, anch’essi ebrei osservanti, festeggia a Gerusalemme – faro e fuoco della vita di ogni ebreo- la Pesah, nello stesso modo in cui in quello stesso momento faceva ogni pio appartenente al popolo di Israele.

Ma, d’improvviso, sulla pianta antica del rito ebraico, sorge un ramo nuovo, un fiore e un frutto nuovi. Una nuova pianta, che non cancella la precedente -la rivelazione ebraica rimane eternamente vera- ma in qualche modo la invera dall’interno, facendosi rivelazione inaudita. La rivelazione dell’amore prima e oltre ogni norma, la rivelazione cioè di quella fraternità universale incisa nel corpo dell’uomo, senza la quale la stessa libertà si spegne.

“Ama il prossimo tuo come te stesso -che è te stesso, spiegava Levinas- è la grande immortale parola del Primo Testamento; che nel Secondo diviene: “il prossimo, ogni prossimo è tuo fratello”. Ecco la pianta nuova che fiorisce dall’antica. La fraternità come celebrazione dell’umano; di più: come pienezza dell’umano, che in quel punto si fa divinizzazione dell’umano. E’ la Parola inaudita che rivela, facendolo pienamente fiorire, il Mistero dell’Amore che si fa carne. E non a caso questa rivelazione avviene all’interno di un festa, di una cena che celebra in modo semplice e sublime la festa della vita: dove i fratelli si trovano insieme nell’abbraccio di mille profumi e colori e sapori, attorno al vino che è il nettare spumeggiante degli uomini, in quella celebrazione del sacro che è il mangiare. Adorare non a caso significa “portare alla bocca”. E nella gioia del convito ( convito è sempre convivialità delle differenze, e cioè sinfonia) in cui si risolve l’epifania sensuale della cena, la carne torna ad elevarsi verso la Fonte dell’ Amore. L’uomo si santifica nella sua carne. Non è nella mistica dell’ascesi, o nella solenne professione di fede che ci si salva, dice Gesù nei suoi Vangeli ( e in particolare in Matteo 25 ), ma servendo, curando e promuovendo l’umano, a partire dalle sue piaghe. Al centro della salvezza sta l’umano e il suo mistero.

E la festa rimane il fine anche della Resurrezione, domenica prossima, dopo l’attraversamento notturno della morte e l’esperienza del male del venerdì e del sabato santo. Perché, dopo la morte e il male, la vita torna ancora più viva ( Gesù Cristo dona la vita e la dona in abbondanza). Lo statuto ontologico del bene è, infatti, più grande di quello del male, e la vita non muore, dicono anche i Veda.

Ma in cosa consiste l’esperienza del male, cos’è il venerdì santo? Gesù non voleva affatto morire, era innamorato della vita in tutti i suoi aspetti. Il Messia non ci salva attraverso lo spargimento del suo sangue, che un dio barbarico avrebbe decretato dall’eternità. Questa è la grande bestemmia che viene costantemente ripetuta. Gesù accetta la morte, e morendo diviene il Cristo. Egli ci salva per amore, nella manifestazione più alta della fraternità, che è morire perché tutti, buoni e cattivi, giusti e malvagi, possano aprirsi a loro volta all’amore con la stessa generosità e la medesima misericordia. Gesù muore di fatto per volere delle autorità ebraiche e di quelle romane, che non potevano tollerare la rivoluzione dell’amore innocente che delegittimava radicalmente il loro potere. E morendo, Gesù ci ha rivelato che Dio è con noi, sta dentro di noi, perché Egli è Fonte e Origine della fraternità universale, che accomuna l’unica famiglia universale dei viventi, come scrive papa Francesco nella sua “Laudato SI'”. Nessuna cupa mistica del sangue e di una ordalica riparazione di un affronto che sarebbe stato fatto a Dio da Adamo e Eva nel Paradiso terrestre. Il male, che è insito soltanto nell’uomo, consiste nello sfregio alla fraternità, e nell’ingiustizia che gli uomini compiono quando feriscono il ritmo e l’armonia della Realtà. Come si rende evidente nella tragedia di questa pandemia, che è conseguenza della violenza di una globalizzazione che, all’ombra del paradigma tecnocratico (come osserva papa Francesco), ha generato i seguenti disastri: ha distrutto l’ambiente, imponendo una innaturale promiscuità tra l’uomo e gli animali selvatici, e moltiplicando così le possibilità dello spillover; ha creato una spaventosa disuguaglianza, che ha costretto i poveri a trovare rifugio in mostruose megalopoli; ha coltivato il mito di un progresso illimitato su un pianeta dalle risorse limitate; ha sviluppato una spasmodica velocità degli spostamenti che, alla fine, hanno lasciato indietro e disorientata la nostra anima; ha favorito la crescita squilibrata e inquietante della popolazione del pianeta. In rispettoso silenzio di fronte all’immenso dolore che questo contagio ha procurato e sta procurando, abbiamo il dovere di dire che la pandemia è lo specchio che ci mostra chi siamo veramente.

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