Che libro è questo di Raffaele Luise?

E un un piccolo saggio, scritto di getto credo.

E’ una meditazione su ciò che la pandemia ha svelato delle nostre vite.

Una verità che tutti sapevamo, ma che non volevamo dire.

Correvamo tutti verso l’abisso.

Ci siamo fermati. Per un po’. 

Ma ora?

Ci addormentiamo la sera preoccupati di cosa ci aspetta la mattina. Serve un nuovo inizio. Nulla è ancora perduto.

Leggendo Raffaele mi è tornato in mente quel che scriveva Dickens. Di questo nostro tempo potremmo forse dire che è il migliore di tutti i tempi, e  il peggiore di tutti i tempi, il secolo della saggezza, il secolo della stoltezza,  l’epoca della fede, l’epoca dell’incredulità,  la stagione della Luce,  la stagione delle tenebre,  la primavera della speranza,  l’inverno della disperazione,  tutto dinanzi a noi,  nulla dinanzi a noi,  il tempo per andare  dritti diritti al Cielo, o dritti diritti dalla parte opposta.». (Le due città)

Anche la risposta di Raffaele è  per certi versi un canto, una poesia.

Per raccontarla, senza rovinarla, mi sono annotato alcune parole.

Che tutte insieme ci dicono una cosa: un altro mondo è possibile. M solo se non riprendiamo la stessa corsa verso l’abisso.

Solo se la nostra corsa prende una altra direzione.

Solo se riscopriamo l’essenza delle cose. E dunque anche delle parole

La prima parole è bellezza.

Come scrive Dostojevskij nell’Idiota, è la bellezza che salverà il mondo.

Ma come può la bellezza – scrive Raffaele – essere per noi lo scudo di Perseo che impedisce a Medusa di impietrirci? Come può essere l’ultimo baluardo contro il nulla?

Soltanto – si risponde – se si accompagna all’amore.

Così ho pensato a quanta finta bellezza ci circonda: bellezza senza amore.

E ho pensato a come solo l’amore riscatti ogni dolore.

Ho pewnsato a  come abbiamo riscoperto il senso delle poche cose che contano, nei giorni del forzato isolamento.

A come, divisi, abbiamo capito il nostro bisogno di unità

Forse l’amore è l’unica bellezza che conta e che la bellezza esprime.

Forse il problema è aver diviso la bellezza dall’amore, aver pensato alla possibilità di una bellezza egoista

L’altra parola  allora è perché? Perché è sucesso?

Perché è radicalmente cambiata la scena del mondo?

Di chi è la colpa?

La risposta di Raffaele è agghiacciante, terribile, profetica.

L’untore siamo noi. E non solo perché il nemico, il virus, è dentro di noi. E mette dunque fuori gioco la logica stessa del nemico, la logica binaria nemico-amico.

Siamo noi gli untori, noi il nemico perché nostra era e forse è ancora la presunzione di un progresso infinito in un pianeta finito. Nostra l’incapacità di capire, di prevedere.

Nostra la convinzione che l’era contemporanea potesse andare, possa ancora andare, oltre ogni cosa, oltre l’umanità.

Che non ci fossero, che non ci siano limiti

Che la tecnica, e l’economia fossero neutre, avessero in se tutte le risposte

E ci siamo accorti invece che senza un fine, senza una prospettiva, le risposte sono disumane, .il gioco ci sfugge di mano. 

Come con la scopa magica dell’apprendista stregone di Fantasia; 

Come nel sistema di Matrix del film dei fratelli Wachowski.

Ma non possiamo affidarci solo alla tecnologia. Dobbiamo darle una anima, un orizzonte, un limite.

La Pandemia ci ha posto davanti a questa verità, alla questione del limite.

Del rispetto del limite. Della consapevolezza del limite.

Il virus – scrive Raffaele – ci ha svelato impietosamente l’orizzonte tragico del nulla che sempre più presiede alla nostra vita, quel nihilismo che identifica la fine delle cose con il fine per cui esse sono state costruite.

Il virus ci ha costretti a fermarci.

Ci ha fatto guardare quel che abbiamo combinato nel mondo, appropriandocene come se fosse nostra proprietà.

Ha fatto saltare, di colpo, tutti i tentativi che avevamo messo in piedi per difenderci da i nostri nemici tra virgolette, prossimi o lontani. Ha reso vane le frontiere, e vani i muri, e inutili le nostre sicurezze armate. 

Nella sofferenza ci ha fatto recuperare capacità di visione. Ci ha messo davanti alle nostre responsabillità.

E davanti al mistero del nostro dolore (che, come dice Khalil Gibran, è spesso ciò che  rompe il guscio che racchiude la nostra intelligenza) ci ha ricordato che  il bene viene prima della tecnologia, e che la tecnologia ha senso solo se serve il bene. 

E che la vita viene prima dell’economia. Che l’economia ha senso solo se difende la vita. Ed è per  questo non può essere ridotta ad una aritmetica avara, perchè il suo stresso nome dice una artra cosa. Deriva dal greco Oikos, che vorrebbe dire casa; e nomos, norma, legge. E dunque dovrebbe descrivere le regole per preservare la nostra casa comune. La casa dove viviamo appunto. La terra.

La terza parola è dunque terra.

Ed è la parola con cui il Papa, citando San Francesco, ha iniziato la sua enciclica. Laudato sì.

«Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra … che  protesta per il male che le provochiamo, che protesta a causa dell’uso irresponsabile e dell’abuso dei beni che Dio ha posto in lei. Che «geme e soffre le doglie del parto» (Rm 8,22). 

Siamo cresciuti pensando che eravamo suoi proprietari e dominatori, autorizzati a saccheggiarla. 

Abbiamo dimenticato che noi stessi siamo terra (cfr Gen 2,7). Il nostro stesso corpo è costituito dagli elementi del pianeta, la sua aria è quella che ci dà il respiro e la sua acqua ci vivifica e ristora.

Raffaele dedica molta parte del suo libro alla necessità di salvare il Pianeta per salvare noi stessi, alla interconnessione che lega la vita dei singoli a quella della comunità, alla unità fra giustizia sociale e giustizia ecologica.

Che poi è tutto chiaro, se solo se ci fermiamo un attimo (in questo tempo che corre troppo veloce) a guardare quel che abbiamo combinato nel mondo, appropriandocene come se fosse nostra proprietà.

Come ha scritto il Papa non siamo padroni del creato. “Il creato non è una proprietà, di cui possiamo spadroneggiare a nostro piacimento; né, tanto meno, è una proprietà solo di alcuni, di pochi: il creato è un dono, è un dono meraviglioso di cui avere cura , da utilizzare a beneficio di tutti, sempre con grande rispetto e gratitudine” (Francesco). 

E’ tutto chiaro. Dobbiam solo aprire gli occhi.

La quarta parola è visione.  

Raffaele scrive che bisogna cambiarla la visione.

E questo mi ha fatto pensare alla più bella – secondo me – della beatitudini. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio.

Vedere Dio.

Nel silenzio, nel dolore, nello sgomento della pandemia forse lo abbiamo intravisto. Forse perché siamo tornati bambini. Forse perchè abbiamo recuperato un pezzetto della purezza perduta. Forse perché l abbiamo inmvocato.

Beati i puri di cuore perchè vedranno Dio.

Il problema è come non scambiare, o peggio ancora  spacciare, per puro ciò che puro non è. 

Papa Francesco nella Evangelii Gaudium ne stila un elenco: “le diverse forme di occultamento della realtà: i purismi angelicati, i totalitarismi del relativo, i nominalismi dichiarazionisti, i progetti più formali che reali, i fondamentalismi antistorici, gli eticismi senza bontà, gli intellettualismi senza saggezza” (E.G 231)

Raffaele usa una parola dei popoli indigeni del Cemtro e sud America “lak-ech per dire che  se solo riacquistassimo la capacità di vedere scopriremmo che io sono un altro te.

E usa una altra parole, nella lingua dei popoli africani  zulo e xhosa, Ubuntu, per dire che io sono perché tu sei.

Ecco la verità svelata dalla purezza del cuore.

 Noi esistiamo solo insieme. Che in lingua swahili si dice Tuko Pamoya.

La purezza del cuore coincide con la capacità di vedere con gli occhi misericordiosi di Dio. In questo senso permette di vedere Dio già in questo mondo. Di vederlo nelle persone e nelle cose. Come ci ha insegnato San Francesco.

La pandemia – scrive Raffaele – deve diventare laboratorio di una nuova umanità. Di un nuovo umanesimo. 

Il divorzio tra conoscenza e amore – dice – ha portato alla frammentazione dell’uomo, ed è una forma della sua infelicità.

Beati i puri di cuore ci dice che c’è un modo diverso di vedere le cose, quello di ricomprenderle, di unirle  attraverso lo sguardo puro, katharos, non contaminato, nell’interezza di Dio. 

Senza pregiudizi.

Riconoscendo nella storia degli altri la sua propria storia.

Finendola con l’accontentarci  di guardarci pigramente allo specchio, 

Ceercando la verità al di là della apparenza.

Chiudo questa mia riflessione, con un ultima parola, Poesia 

 (linguaggio di cui questo libretto è così denso).

I poeti spesso vedono più lontano. Oltre.

Leggendo Raffaele, riflettendo su questo tempo di tribolazione, ho pensato a Leopardi. E a una mia conversazione con un amico, Franco Nembrini, sul pessimismo leopardiano che forse era solo un ottimismo incompreso.

Franco Nembrini mi ha fatto riflettere su questo.

Leopardi non  aveva il dono della fede, ma guardava oltre.

Guardava oltre quando parlava alla luna del mistero del dolore

“Io registro tutto questo dolore, 

eppure tu forse intendi il perché della vita, 

pur tu solinga eterna pellegrina 

che sì pensosa sei tu 

forse intendi questo viver terreno. 

Tu certo comprendi il perché delle cose, tu certo sai  a qual suo dolce amore…”

Guardava oltre quando rifletteva sull’Universo

“Quando io ti miro così meco ragiono” (Canto notturno)

Guardava oltre quando si inventò una sublime, paradossale, definizione della noia

“La noia è in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani, è il non poter essere soddisfatti da alcuna cosa terrena, né per così dire dalla terra intera, il trovare che tutto è poco e piccino alle capacità dell’animo proprio; il sentire che l’animo e il desiderio nostro sarebbe ancora più grande che siffatto universo” (Zibaldone, pensiero 68

 La verità è che… il momento più buio è quello prima dell’alba. E forse è questo quello che stiamo vivendo.

E’ il momento in cui ci domandiamo cosa ci faccio sulla terra, quale è la ragione del mio vivere? Chi mi darà una definizione di me stesso capace di appagarmi? (Cfr Ernst Bloch )

Quale è la ragione? Perché vivo? Cosa c’è oltre che questo?

La vita – risponde Raffaele nella sua poesia finale – non muore se l’amiano…

Uomo infelice fermati, ascolta: la vita e la morte sono parte dell’eterna corrente. Ma la vita, la vita mai non muore”.

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