Può fermare questa preghiera globale, che sale da tutte le terre cristiane, la Pandemia da coronavirus, la prima pandemia della globalizzazione, che si è abbattuta su un’umanità provata e sbigottita, immemore di essere lei stessa l’untore con la sua “allegra” mattanza di ogni forma di vita, che ha trasformato la Terra in un mattatoio universale, destinato peraltro ad ingrandirsi con la crescita irresponsabile del numero degli umani, che fra poco saranno ben dieci miliardi?

Certamente no. Come non ha fermato le camere a gas naziste, la bomba su Hiroshima, la tratta secolare dei neri nelle galere occidentali verso il “nuovo” mondo, i gulag comunisti, le guerre etniche, le nuove schiavitù contemporanee e la mattanza indisturbata dei migranti.

E allora si tratta di una preghiera inutile?

Sì e no.

No. Perché la preghiera è in se stessa anche richiesta di guarigione delle creature al Creatore di fronte alla radicalità del male, del mysterium iniquitatis che spesso attenta alla vita con grande ferocia. Ed è buono che vaste comunità di credenti focalizzino la propria attenzione e il proprio ascolto su questa peste che ci ha stravolto la vita, per capirne intanto le cause e la vera natura; e nel contempo per attivare quella solidarietà concreta che nella preghiera corre sugli invisibili fili che legano e rendono presenti fra di loro le persone. Una preghiera non tanto di richiesta ma di presenza, di partecipazione a un inedito dramma collettivo.

Sì. Perché questo Dio che interviene su richiesta degli umani (ma lo stesso potrebbero fare gli scimpanzè, le formiche e le foreste), questo Dio non esiste, e non parla più alla coscienza spirituale dell’umanità contemporanea. Questo sarebbe il Dio “tappabuchi” che Bonhoeffer ha cancellato per sempre, il Dio di un provvidenzialismo “pret-à-porter”, che non a caso ha la sua origine nel provvidenzialismo imperiale romano dell’imperatore-dio che dispensa graziosamente favori ai sudditi. Dio non interviene così nella realtà (e comunque non solo a esclusivo beneficio degli umani, ma di tutti i viventi), come hanno mostrato Raimon Panikkar e Simone Weil. Dio si china sull’uomo e sui viventi a sostenere, ispirare e promuovere le azioni di bene. Non il Dio onnipotente sovrano imperiale, ma il “Dio per gli altri” di Bonhoeffer, il “Dio impotente” che già dalla creazione si è “ritirato” (è la visione ebraica dello zim-zum) per fare spazio all’uomo e alla vita, facendola fiorire da Sè. Questo Dio, che ha conferito dignità e autonomia a tutta la vita, e all’uomo lo speciale dono di essere “a sua immagine e somiglianza”, co-creatore e custode della vita intesa -come ha scritto Francesco nella “Laudato si'”- come una Famiglia universale, questo Dio ha scelto di non essere il grande Burattinaio di un’umanità di burattini, di non sostituirsi all’uomo, ma di promuoverne la libertà nella fraternità. In questo senso, la maratona di preghiera anticovid appare come regressiva, perché sposta indietro il cammino verso una fede adulta e responsabile, una fede davvero “capax Dei” e “capax mundi”.

Ma è anche inutile, perché Dio non può toglierci le castagne dal fuoco.

Potrebbe però essere utile, ma solo a una condizione. Che la preghiera dei cristiani aiutasse a cambiare l’umano e a far nascere la nuova radicale visione indispensabile a salvaguardare la vita sulla Terra. Una cultura inedita e inaudita, che fermasse lo sterminio delle specie vegetali e animali, la perdita di biodiversità, la crisi climatica (che sarebbe meglio chiamare crisi planetaria e malattia dell’anima umana), per rispetto e per amore di tutti gli esseri viventi, a difesa dei loro diritti inalienabili e in ascolto della loro voce. E questo dovrebbe, senza indugi, essere il tema cruciale di un dialogo sapiente e profetico tra le religioni e delle religioni con le culture del mondo e con le scienze. Se promovesse questa sensibilità (che ha in sé un potente respiro religioso e spirituale) la maratona orante sarebbe la benvenuta.

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