La canoa scivola lenta sull’ acqua verde del Rio Jaquarequara in un tratto di foresta vergine, nella regione Tatuata, a una cinquantina di chilometri da Belem, la capitale dell’Amazzonia orientale. Il silenzio è profondo come le acque del fiume, che si snoda come un’anaconda nella foresta incredibilmente compatta, umida e stupefacente. Gli alberi sono direttamente piantati nell’acqua, tronchi altissimi  dalle monumentali radici a vista scolpite in mille modi diversi, che ti spuntano d’improvviso davanti ad ogni ansa, e a cui si intrecciano miriadi di agili palme che si protendono fino al centro del fiume. E sull’altra riva un tappeto compatto che trema sull’acqua con le sue grandi foglie di smeraldo e con i suoi fiori dai colori sgargianti. E rami che sbucano all’improvviso dall’acqua, come serpenti, a lambire la canoa, e nuvole di foglie che ti calano davanti come tende mosse da un vento leggero, senza tempo. E in alto immense nuvole color del latte che sciorinano davanti ai tuoi occhi stupefatti l’archivio delle forme fantastiche degli animali che popolano la foresta. Spesso ti capita di perderti, e di non capire da che parte l’acqua tracci il suo percorso, ma l’indio vede dove tu non vedi, e con pagaiate sicure ci conduce alla meta: una piccola radura semicircolare screziata del rosso porpora di una pianta acquatica, da dove parte il sentiero che si inoltra fino al suo villaggio. Un paradiso, dove palpita una vita traboccante, che viene tessendo il suo ordito nell’intimità dell’acqua.



Ma questo paradiso lo stiamo perdendo, perché l’Amazzonia muore, con i suoi popoli originari depositari di una sapienza ancestrale. “Sì, la grande foresta muore”, ha scritto recentemente su “Nature” la ricercatrice brasiliana Luciana Gatti. In uno studio accuratissimo, durato nove anni, dal 2010 al 2018, che ha monitorato quattro regioni della foresta amazzonica, la ricercatrice fornisce dati inconfutabili. Nella sua parte orientale, tra il sud del Parà, dove ora mi trovo, e il nord del Mato Grosso, la deforestazione e gli incendi causati dai fazendeiros, appoggiati dal governo Bolsonaro, hanno cancellato il 30 per cento della foresta, a fronte dell’11 per cento della parte occidentale dell’Amazzonia. E soprattutto nella sua parte orientale, la foresta ha cominciato, da diversi anni, ad emettere più anidride carbonica di quanto ne assorba, contribuendo enormemente ad aggravare la già gravissima crisi climatica, e causando una pericolosa diminuzione delle piogge che, liberando meno vapore nell’atmosfera, fa aumentare la temperatura. La Gatti ha calcolato che nella parte orientale dell’Amazzonia, tra agosto e settembre, le temperature aumentano di 3,1 gradi centigradi, mentre le piogge sono calate del 24 per cento negli ultimi quaranta anni. Rendendo così più facile l’attacco del fuoco. E già da qualche settimana gli incendi hanno cominciato a devastare la foresta lungo l’arco sud che l’attraversa da oriente ad occidente. Per fermare questo circolo vizioso dalle conseguenze catastrofiche, che sta portando vicino al punto di non ritorno nella trasformazione di questo prezioso “patrimonio dell’umanità” in arida savana, c’è bisogno di una mobilitazione internazionale, di movimenti popolari e di Istituzioni sovranazionali, e del mondo scientifico, ma soprattutto c’è bisogno di un cambio radicale di mentalità, come ha indicato Papa Francesco, con forza profetica, nella “Laudato si'” e in “Querida Amazonia”.  

E qui si segnala il grande lavoro che il vescovo missionario di Castanhal, il bresciano Carlo Verzeletti, sta sviluppando, assieme ai suoi collaboratori -tra cui ben 105 diaconi permanenti- tra le 1221 comunità della sua diocesi.  Ho visitato diverse di queste comunità, e dovunque ho visto le famiglie e i giovani impegnati in una economia sostenibile e rispettosa della foresta, che coltivano in modo biologico mandioca, açaì, castagne del Parà e una ricchissima varietà di frutta. E che spesso ho visto impegnati a ripiantare i grandi alberi distrutti dall’agrobusiness. 
Da ultimo, monsignor Verzeletti, che ha fatto della promozione dell’ecologia integrale, come Francesco l’ha concepita nella “Laudato si'”, uno degli elementi portanti della sua pastorale, è impegnato nella istituzione dei Ministri dedicati alla Cura della Casa comune. Un Ministro per ognuna delle 1221 comunità, fa un esercito di quei Guardiani della Creazione, che il Papa e il Sinodo sull’Amazzonia avevano fortemente auspicato.


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