Passano le settimane e mentre penetro sempre più all’interno della immensa foresta, sempre più mi diventa chiaro che questo viaggio in Amazzonia è come un viaggio nel cuore del mondo, dove le continue aggressioni a questo traboccante abbraccio di alberi, terra, fiumi e popoli dalla sapienza ancestrale si fa, su un piano simbolico e immediatamente concreto, attacco alla vita e al suo destino.

Vedere bruciare alberi centenari lungo un fronte di fuoco di chilometri, come mi è capitato nel Parà centro-settentrionale, è un’esperienza allucinante. Senti, e non lo dimentichi più, un crepitio prolungato e implorante, come un grido soffocato, che copre l’olocausto silenzioso di migliaia di animali, di piante, di fiori e di piccoli fiumi, cancellati d’incanto. Come fosse caduto un ordigno nucleare. E perché tutto questo strazio, in una foresta che non finisce di meravigliare con tutti i suoi misteri, dove ancora pochi giorni fa è stata scoperta una nuova specie di primati -gli Uistiti- delle tante che ancora non conosciamo? Per impiantarvi coltivazioni intensive di soia – che impoveriscono il terreno e l’avvelenano insieme con i suoi fiumi -, o enormi allevamenti di mucche (che riempiono l’atmosfera di tossico metano), e più di recente di bufali, lasciati in libertà a distruggere tutto quello che incontrano. E li vedi scorrere per ore e ore dai finestrini dell’auto questi tragici frutti dell’ ”agroconsumo”, che arricchisce i fazendeiros e le multinazionali, e impoverisce l’Amazzonia con tutti i suoi abitanti: gli indios innanzitutto, ma anche i piccoli agricoltori (difesi soltanto da coraggiosi missionari cattolici), i popoli dei fiumi – i “riverinhos”-, le comunità degli afrodiscendenti – i “Kilombola”- e tutto il ricchissimo mosaico meticcio dei popoli dell’Amazzonia; e che ruba – infine- l’ossigeno al respiro del mondo. E ho visto tagliare alberi immensi, come solenni patriarchi, dal legno pregiato nelle foreste di Camaipì, nell’Amapà, e gli enormi camion con rimorchio trasportarli a velocità pazzesche sulle piste di terra rossa fino alla segheria di Mazagao ( e soltanto per poco uno di questi non ha polverizzato la nostra auto). Ho visto la miniera dei Garimpo do Lourenco, nell’alto Amapà, che estraggono l’oro con un amalgama di mercurio che continua a decimare la popolazione e ad avvelenare i fiumi. Ed ho perfino visto un fiume, l’Araguarì, che scorre nell’immensa isola di Marajò (che occupa l’intera foce del Rio delle Amazzoni, larga 200 chilometri ) smarrire il suo corso verso l’Atlantico e fermarsi 30 chilometri prima, trasformato dai bufali che ne hanno mangiato gli argini in un lago palustre. Sommate tutte insieme queste aggressioni fanno 1417 kmq di foresta distrutta nello scorso mese di luglio, che si aggiungono agli 8.712 dall’agosto 2020 al luglio 2021! Come non pensare che queste aggressioni all’Amazzonia costituiscano come l’archetipo di tutte le violenze che l’uomo compie contro la natura, a tutte le latitudini. Ed è così che in questo viaggio nella foresta amazzonica, mentre il mondo scopre di trovarsi sull’orlo di una crisi climatica globale e per alcuni versi irreversibile (come ha ammonito l’International Panel on Climate Change), mi pare di vivere come in una inaudita tragedia greca, dove i protagonisti, che si scontrano in una lotta mortale, sono l’umanità e la terra, condannate ad un medesimo destino. Ma, nonostante tutto, l’Amazzonia continua a levare altissimo il suo canto sacro, come un’invocazione cosmica. Ma, per sentirlo e contribuire a liberarlo, dobbiamo forse riaccordare il cuore, facendoci fratelli e sorelle dell’unica famiglia universale dei viventi, come indica Papa Francesco nella “Laudato si’”. E come tanti vescovi, sacerdoti e laici di un’eroica chiesa cattolica stanno operando, in un clima politico molto difficile, in Parà come in Amapà, in Amazonas come in Roraima.

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