I Giardini di Posidonie di Palinuro

  • Oh Primavera che vieni, triste e stanca – Riflessioni sul tempo della Pandemia

    Primavera, che torni a reiterare una speranza sempre più difficile e stanca; Primavera, che vieni, tu stessa, stanca e triste, perché si è rotto, forse, quell’Ordine che con te sempre si annuncia, Ordine più grande di noi, che dice la tua magia segreta, esoterica, perché inscritta nel linguaggio delle stelle e insieme nel respiro più intimo del nostro cuore.

    Primavera, splendente ri-nascita, che “brilli nell’aria e per li campi esulti”, ma pure sconvolgimento del cuore, perché piccola Core tu ti accompagni, nella tua fuga dall’Ade, allo scarmigliato Eros.

    Ma questo fino a che non esplodesse la peste, due anni fa. Ora, seconda Primavera dell’era Covid, è diverso: quanti amori morti, quante vite distrutte, e quanta oscurità nell’anima, malattia di speranza e di futuro soprattutto tra i più fragili, e che infierisce con furia rabbiosa nel continente dimenticato dei bambini e dei giovani, reclusi senza speranza nella scuola a distanza! Perché, in fin dei conti, il vaccino e una economia risanata, per quanto indispensabili, non servono a nulla se nel frattempo continuiamo a mortificare la vita.

    E la vita continuiamo a ferirla, nonostante i drammatici avvertimenti, più di prima: perché è cresciuta la ferocia dell’uomo contro l’umano (sospesa la vita sociale, gli individui -che sono una sottospecie delle persone- cercano di sopraffarsi con più ardore di prima, e anche gli Stati fanno lo stesso con quella perversione nella lotta al contagio che chiamiamo geopolitica del potere mondiale, ma che in realtà è una geopolitica del suicidio umano), e dell’umano contro la Natura: dove la biodiversità continua a ridursi, la crisi climatica ad aumentare (con l’aumento della CO2 nell’atmosfera) e la crescita demografica a correre, indifferenti ad ogni resipiscenza.

    L’abbiamo già detto, ma non bisogna smettere di gridarlo da tutti i tetti: accanto e prima della pandemia sanitaria, economica, sociale, c’è quella ecologica e spirituale che chiede una nuova radicale visione della Realtà, che coinvolge Uomo Cosmo e Dio (l’ho chiamata “Nuova Innocenza”, Non Nuocere più alla vita in tutte le sue forme; ed Ecozoico, l’era che succeda e ripari i guasti catastrofici dell’ Antropocene. Ma per questo, rimando al mio libro intitolato appunto “Una Nuova Innocenza”, per i tipi di Intermedia Edizioni).

    Ma, per attingere questa nuova visione, questa radicale metanoia, dobbiamo cercare di capire cosa è veramente cambiato, e irreversibilmente; cosa ci è realmente capitato e sta mutando in profondità la nostra psiche, la nostra cultura, in una parola quel mondo che con il Covid abbiamo perduto. Dobbiamo cioè saperci immergere nel mare del dolore che ci ha assaliti, per la prima volta, come specie umana. E cercarne di illuminare gli abissi, comprenderne il senso, dal momento che quello che ci ha assaliti è un dolore inedito, inusuale, inclassificabile.

    Siamo stati sopraffatti, già nel marzo dell’anno scorso, da una strana stanchezza e da uno strano avvilimento. Ci siamo sentiti inoperosi e inappagati. Ci sembrava di non fare niente, nonostante facessimo tante cose, in remoto e via internet, e in modo anche più stressante. In realtà vivevamo una inoperosità sociale -come ha giustamente osservato Marco Belpoliti- perché la socialità era sospesa, e gli altri erano l’untore, il potenziale nemico che ci avrebbe potuto contagiare e uccidere.

    Ma sotto questa acuta frustrazione, serpeggiava un sentimento ancora più dilacerante e inaudito -che non siamo ancora riusciti a decifrare e ad elaborare: il lutto di aver perso il mondo, tutto il mondo, quello sociale e quello spazio-temporale, rinchiusi in una sorta di zoo di vetro, alieni e separati dal mondo animale e vegetale ma anche dalle creature cosmiche come il mare, il cielo, le montagne. E questa volta, prima assoluta, eravamo noi gli extraterrestri sulla faccia della Terra. Prigionieri all’interno di noi stessi e al di fuori di noi, a causa -cominciamo un poco a capirlo- della nostra stolta e arrogante aggressione alla vita in tutte le sue forme. Non si può immaginare una frustrazione più totale al narcisismo, allo spirito di un individualismo senza limiti e di una competizione dai tratti disumani, che per decenni -almeno da quando negli anni Settanta del secolo scorso si veniva imponendo quella patologia dell’economia e del capitalismo che si chiama finanza speculativa e liberismo selvaggio- hanno imperato, cambiando la faccia del mondo e dando corpo a quel paradigma tecnocratico che ha posto l’idolatria del denaro a capo dell’orda che ha saccheggiato popoli e creature. Cominciavamo a sentire che la terra ci mancava sotto i piedi e che ci sfuggiva il cielo, che anche la Terra cambiava e che cambiava il nostro panorama interiore.

    Erano sensazioni che non hanno però messo radici, perché con l’estate ci siamo illusi che si tornasse alla normalità, ma la seconda ondata dell’autunno dello scorso anno abbiamo dovuto ricrederci. E allora la stanchezza è cresciuta, nonostante l’illusione che il vaccino ci potesse far uscire dal tunnel e ci riportasse all’agognata stanchezza di prima (di cui parla il filosofo Byung-Chul Han in “La Società della stanchezza”), quella della prestazione, della corsa e dell’affanno. E così la stanchezza è divenuta stanchezza del vivere, una stanchezza sottile per la banalità della vita, costretta negli angusti confini di casa e negli stretti confini del presente, negli orizzonti asfittici di quel che rimaneva del mondo, di cui abbiamo fatto l’esperienza corale della perdita. Ed ora essa ha preso la forma di una continua sonnolenza, una sonnolenza ansiosa e depressiva, come ognuno di noi può constatare di persona. Una stanchezza, che al tempo della seconda Primavera dell’epoca Covid, si è mutata infine in tristezza, con effetti devastanti sulla psiche soprattutto dei più fragili e delle giovani generazioni, che aggravano immensamente la catastrofe psicologica che da decenni, almeno dagli anni Settanta del Novecento, ci accompagna. Si calcola, per fare solo un esempio, che i tentativi di suicidio dei giovani tra i 12 e i 19 anni siano cresciuti tra il 20 e il 50% nel corso del 2020; e già prima del contagio il suicidio era la terza causa di morte giovanile.

    Quale rinascita può rappresentare questa Primavera, che avviene fuori noi (e nonostante noi), per i giovani (ma il discorso, mutatis mutandis, vale per tutti noi) che sanno che la via della rinascita umana e sociale è frustrata alla radice dalla mancanza di lavoro, e che sentono che la rinascita della vita tout court è anch’essa radicalmente minacciata da un futuro reso fosco dalla crisi climatica e dalla distruzione della biodiversità e degli ecosistemi? E che forse presagiscono ciò che nemmeno gli adulti sanno o voglio ammettere: che il Covid ha inaugurato un’epoca che non finirà con nessun vaccino, perché a questa Pandemia altre ne seguiranno, dal momento che immutate ne rimangono le cause, e cioè -come avverte uno degli studiosi più autorevoli, Vaclav Smil- la deforestazione, la perdita della biodiversità, la crisi climatica, la crescita demografica e la sproporzionata crescita dell’Occidente a danni dei Sud del mondo. E, come se tutto questo non bastasse, occorre ricordare che i giovani hanno già fatto nella loro breve esistenza le esperienze drammatiche delle migrazioni bibliche, del terrorismo globale e della crisi economica internazionale, crisi che hanno lasciato cicatrici profonde quanto invisibili nella loro anima.

    Come possiamo aprirci tutti noi alla speranza, se facciamo continuamente l’esperienza di un mondo sempre più inospitale e feroce?

    Possiamo allora cominciare a cogliere i colori e la profondità della sofferenza e del dolore che gli umani vivono al tempo dell’universale contagio. E a sentire cosa veramente significhi aver compromesso quell’Ordine più grande di noi che la Primavera porta con sé: abbiamo avvelenato il linguaggio delle stelle e reso amaro il respiro del cuore. L’esperienza profonda che ci tormenta in questi drammatici mesi è, in altre parole, quella del vuoto del mondo e del vuoto del cuore. Ci pervade una penosa sensazione, che rimane perlopiù inespressa, di abbandono e solitudine, quasi di impossibilità ad essere salvati, disorientati dalla reazione confusa e disordinata delle istituzioni, politiche, scientifiche e educative alla peste che ha scompaginato i cardini del mondo. Nella profondità dell’inconscio collettivo è come se sentissimo che la risposta è inadeguata, che manca qualcosa di importante, che la reazione debba farsi rifondazione dell’esperienza della vita sulla Terra. Non abbiamo cioè davvero capito che non si torna più alla “normalità” di prima, che la storia del mondo ha voltato pagina, che questo sviluppo diseguale e insostenibile ha raschiato il fondo della botte, e che dunque va cambiato il barile. Appunto una nuova visione, un nuovo umanesimo integrale e cosmico, come scrivo in “Nuova Innocenza”.

    Ma il viaggio necessario nell’abisso della sofferenza, vecchia e nuova, che la pandemia ha fatto deflagrare dentro e attorno a noi, non si può fermare qui; deve immergersi ancora più in profondità.

    En passant, mi accorgo che l’immersione si fa trattenendo il respiro, e che in questa condizione di apnea ci ritroviamo tutti, sommersi dal contagio-naufragio universale. Tratteniamo il respiro e lo proteggiamo più o meno accuratamente, proprio perché è il “luogo” d’attacco del virus. Ma sarebbe opportuno che cominciassimo a pensare di dover cambiare respiro alla vita!

    Perché abbiamo dimenticato che c’è anche” la pazienza del tempo fermo”. Che l’arrivo della Primavera evoca, con quel suo sbocciare dal lavoro immobile della Terra durante l’inverno, quando in un fervido silenzio la Natura sogna l’onda della nuova rinascita. Quella pazienza del tempo fermo che sarebbe un buon antidoto al troppo: di ritmo forsennato, di cose ammassate, di rumore e ansia da prestazione che ha soffocato il tempo della nostra vita negli ultimi decenni e che ci ha consegnati estenuati al “tempo imprigionato” della clausura. Nel silenzio claustrale imposto sarebbe bello se potessimo recuperare il ritmo del tempo fermo, e farne un’esperienza di arricchimento spirituale, perché la vita al suo acme e al suo fondo è contemplazione, contemplazione attiva.

    Ma proseguendo nell’indagine sulla oscura sofferenza che è calata sul mondo come un tempo nei cieli della tragedia greca, scopriamo che questo dolore ci strazia con più ferocia per il fatto che lo abbiamo rimosso dall’orizzonte della nostra vita. Non sappiamo più vedere in esso il maestro di vita, qual è inciso costitutivamente nella nostra carne. La libertà della gioia e la potenza della creatività sorgono sempre dal dolore. Il che non significa affatto fare del dolorismo e della patiscibilità la trama della nostra vita. Ma proprio l’opposto, dal momento che è guardando in faccia il dolore ed elaborandone la crisi e il lutto che noi ci affranchiamo da esso. La luce nasce sempre dalle tenebre, e la stessa creatività -secondo l’autorevole testimonianza, tra tanti, di un Einstein- sorge dall’angoscia. Il dolore va superato, non è una valore, ed è patologia spirituale pensare di offrire la sofferenza a Dio!

    Ma senza accogliere la realtà radicale (che sta cioè alla radice) del dolore noi ci depriviamo della possibilità di sciogliere i tanti nodi e i tanti mali dell’esistenza e di “liberare” infine la vita. Lo riconosce molto bene il filosofo Han in “La società senza dolore”: “Sopravviviamo in una società della positività che nel tentativo di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo, si convince che il dolore è privo di senso, e diventiamo incapaci di capire che è nella sofferenza che si approfondisce la relazione con il divino”. E ancora: “Questa scomparsa del senso ha fatto che nell’epoca della post-narrativa muore il racconto terapeutico, sostituito dallo sterile dataismo (il culto dei dati, dei big data e dell’algoritmo)”.

    Ma ancora più al fondo di questa discesa negli inferi dell’anima contemporanea di fronte alla Pandemia ci imbattiamo nella tragica scomparsa del rito dall’orizzonte della nostra esistenza. Un vero e proprio buco nero, giacché senza riti la vita perde di linfa, di tensione, si atomizza e muore. O diventa un’altra cosa, come l’ibrido tecno-umano in gestazione, che agita gli incubi del post-umano.

    “Nella società palliativa o dei “like”, del “mi piace” -scrive Han – la scomparsa dei riti ci fa perdere i contorni fondamentali della vita. E contribuisce alla morte della narrativa. Non più la ricerca di significato della poesia, ma il bisogno di informazioni del romanzo giallo. Non scrutare il cosmo tra le righe per capire l’invisibile, ma svelare chi è l’assassino. Il Dataismo!” (Cfr. “La scomparsa dei riti). E così- conclude Han- il nostro mondo non è più un teatro in cui si interpretano ruoli e vengono scambiati gesti rituali, ma diventa un mercato nel quale ci si mette a nudo e ci si esibisce.

    Ecco, al fondo del dolore che la Pandemia ha fatto esplodere (ma che non ha reso manifesto) c’è questa infinita sofferenza che cambia di natura la vita, e cioè la perdita della cognizione del valore del dolore e il tramonto dei riti. C’è l’incapacità dell’invocazione, e cioè di chiamare, di dare un nome alle cose, alle persone, agli dei, e di rivolgersi a Dio. Smarrimento dunque della vocazione propria dell’umano.

    Solo se penetriamo questa densità di dolore e, soprattutto, sappiano condividerlo -in empatia profonda con gli uomini, gli animali, le piante, in una parola con la vita- noi potremo individuare il percorso che ci potrà portare fuori dal tunnel.

    Un mondo diventato più piccolo con la Pandemia esige un uomo più grande. E’ questa la sfida cruciale, la scommessa radicale. Per una autentica nuova Primavera, splendente e ardente, com’è inciso nella sua etimologia.

  • Il caso Bose.

    Quella dell’allontanamento da parte di papa Francesco del fondatore ed ex priore di Bose, Enzo Bianchi, dalla sua comunità è una vicenda che ci dà la percezione esatta di quanto la Chiesa, sia al centro che in periferia, sia in una tempesta che non accenna ad attenuarsi. Una vicenda, peraltro ancora avvolta nel buio, che ha coinvolto in un colpo solo, e in un modo che francamente è apparso maldestro e sproporzionato, la Curia vaticana, dal Papa al Segretario di Stato Pietro Parolin, un monaco e una comunità divenuti simbolo di un cristianesimo coraggioso e di frontiera, la stessa Chiesa italiana e il mondo ecumenico internazionale. E non è la prima volta che in questi anni accadono vicende simili di allontanamenti forzati in modi bruschi e drammatici, e non del tutto chiari, che sono segno di una grande tensione esistente all’interno del Vaticano.

    Cosa è successo questa volta? Perché il Papa amico di Enzo Bianchi lo ha cacciato dal monastero che aveva fondato nel 1965, dopo un’ispezione durata un mese, e i cui effetti sono deflagrati senza alcun controllo sui media? E perché un atto amministrativo ha dovuto coinvolgere il Pontefice e il suo Segretario di Stato? Non bastava l’autorità della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica e, a seguire, l’intervento del vescovo diocesano di Biella?

    E ancora: è questo che Francesco intende per misericordia? Chi ha costruito la “bomba” mediatica? Si è trattato dell’ennesimo attacco al papa riformatore?

    Queste le domande che hanno lacerato molti ambienti ecclesiali e fatto soffrire molte persone.

    Ma procediamo con ordine. Procedendo dall’accusa, fatta dai tre ispettori e dalla maggioranza della comunità, di “gravi problemi nell’esercizio dell’autorità” da parte di Enzo Bianchi. Che, nonostante abbia rassegnato le dimissioni nel 2017 da priore, lasciando il posto a Luciano Manicardi, non si sarebbe di fatto astenuto dal guidare la “sua” comunità. Ebbene, credo che queste accuse non siano lontane dal vero, conoscendo da molti decenni Bianchi e Bose, e il forte accentramento, il forte autoritarismo e l’autoreferenzialità con cui ha guidato il monastero, schiacciando a volte con la sua non facile personalità i suoi monaci, in particolare l’ala femminile. Anche il carattere ecumenico della sua fondazione, scelta di sapore conciliare, in quegli anni Sessanta, in definitiva è rimasto più dichiarato che vissuto e sviluppato – nonostante gli importanti rapporti personali che Bianchi intratteneva con i leader cristiani, soprattutto ortodossi. L’ecumenismo in Italia è stata solo Maria Vingiani e il suo Sae, finchè lo guidava lei, in comunanza effettiva ed affettiva di vita e di cammino con il mondo protestate e quello ortodosso. Bianchi ha saputo diventare un personaggio, amato da ampi settori dell’intellighenzia laica e progressista, ed ha saputo moltiplicare le case ed arricchire Bose. Al punto che Bose era di fatto Enzo Bianchi, e poco più, anche dopo le sue dimissioni. E questo, mentre vedevamo il suo carisma, molto forte un tempo, prendere da ultimo e tristemente le forme di quella che Francesco chiama spiritualità mondana.

    Probabilmente questo ha ferito papa Francesco.

    Ma questa ferita alla comunione fraterna, che sovente si produce nelle successioni ai fondatori, non è un delitto, che avrebbe sì giustificato l’intervento del Papa. E non essendo un delitto, non bastava affidarsi alla procedura normale che passa per la Congregazione competente e per il vescovo diocesano? Il che, peraltro, avrebbe comportato anche il giusto coinvolgimento della Chiesa italiana.

    Chi ha soffiato, insomma, sul fuoco e gettato il suo veleno contro un simbolo importante del mondo conciliare e progressista, “accendendo” la reazione del Papa e del Segretario di Stato? Qui rimangono evidentemente ancora zone d’ombra e non si possono indicare dei responsabili tra i tanti che in Vaticano si oppongono al papa profeta, anche se l’area di riferimento è certamente quella dei conservatori, ed è essa ad aver montato lo scandalo e sbattuto “il mostro in prima pagina”.

    Anche di fronte al grande schieramento che gli è contrario, Bergoglio – forse – avrà voluto mostrare che lui non guarda in faccia a nessuno, nemmeno ai suoi amici che sbagliano. Ma questo non significa, però, che Enzo Bianchi andasse trattato in quel modo poco misericordioso.

    Non da ultimo, regalando ai cinici rappresentanti di una Chiesa anti-conciliare e chiusa su se stessa la soddisfazione di veder colpito un uomo simbolo (comunque importante e rispettabilissimo, nonostante i limiti) di un cristianesimo evangelico, aperto al mondo e in dialogo con le religioni e le culture.

  • La Preghiera apre alla Speranza. E la Speranza alla trasformazione del mondo.

    “Niente esiste per caso: il segreto dell’universo sta in uno sguardo benevolo che qualcuno incrocia nei nostri occhi”.

    E’ la magnifica espressione usata oggi da Francesco durante la sua Catechesi, dedicata all’orazione. “Gli uomini di preghiera custodiscono le verità basilari…e portano riflessi sul volto bagliori di luce… La preghiera apre alla gioia, ci fa portatori di gioia”, ha proseguito il papa nella sua meditazione che sviluppava il tema della Creazione, e in cui sono tornati gli altissimi accenti spirituali ed etico-politici della teologia della Creazione della “Laudato Si'”.

    “Ma la preghiera è anche la porta che apre alla speranza”, ha spiegato Francesco. E la speranza, come si sa, non è una generica disposizione “passiva” dell’anima, ma virtù che esige la trasformazione del mondo.

    Ed è così che il papa, proprio mentre ha affrontato spiritualmente e dottrinalmente quello che è il tema capitale della fede cristiana, la speranza appunto, non ha potuto evitare di rimandare alla necessità -come scrive nella “Laudato SI'”- di rendere il mondo più giusto e migliore, a partire dalle creature più indifese e offese, ossia i poveri e le specie che con noi condividono la Terra. L’uguaglianza, il rispetto della pari dignità degli uomini, fino alla fratellanza universale sono, infatti, temi intimamente legati alla fede cristiana in quanto tale (e da qui, poi, passati ad innervare le società occidentali). E merito di Francesco è appunto quello di avercelo ricordato dopo secoli di chiesa costantiniana. La stessa chiesa “imperiale” a cui fa riferimento esplicito Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” di ieri, giungendo a fare un’ affermazione “impossibile” oltre che infondata, e che ripugnerebbe a qualsiasi onesto studioso di storia, e cioè che: “Senza la scelta decisiva (e difficile) di stipulare un accordo intimamente politico con l’Impero, la Chiesa non esisterebbe”. Non esisterebbe? Assurdo. Semplicemente, sarebbe stata diversa. La storia è piena di potenzialità inespresse, che spesso permangono in qualche modo nello sviluppo degli eventi. La chiesa, inoltre, non solamente media, come sostiene Galli della Loggia, ma ha in sé la tensione – costitutiva – a trasformare la realtà e il mondo, a partire dagli ultimi. E’ il Vangelo stesso che è percorso da una doppia dinamica parallela e coincidente, come disse Francesco ad Assisi il 4 ottobre del 2013: l’annuncio della Parola di Dio, il Kerigma, e la liberazione dell’uomo. Come sostengono, del resto, i primi due comandamenti, tra di loro interconnessi.

    E’ comprensibile che l’Europa e l’Occidente guardino con disappunto e livore a un papa che, mentre riporta la chiesa al Vangelo, si fa interprete delle istanze di giustizia del Sud del mondo. Riaffermando l’universalità del cristianesimo, di fronte a quanti ( e anche a un papa come Benedetto XVI ) hanno creduto e credono che esso sia espressione propria della civiltà europea. Essere detronizzati e messi in discussione dagli ultimi certo brucia e fa soffrire, ma grazie a Dio c’è Francesco, che è capace di rappresentare i bisogni e le nuove istanze di un mondo che vede ridisegnata la propria mappa globale.

  • Una stessa preghiera insieme da fratelli di fronte al medesimo Dio.

    E’ la risposta -cruciale- che si attendeva dalle grandi religioni, rimaste troppo a lungo in silenzio di fronte alla Pandemia. Una preghiera “insieme”. Questo è il fatto immensamente importante, perché anche nell’unico precedente, nella preghiera multireligiosa per la pace ad Assisi, il 27 ottobre 1986, le diverse religioni pregarono separatamente i loro diversi Dio.

    Grazie alla Pandemia, si produce il secondo importante passo avanti verso l’obiettivo di un “atto liturgico” davvero comune tra i membri delle diverse religioni verso l’unico Dio, che abbia per tema la celebrazione dell’unica Famiglia universale dei viventi. Questa è la celebrazione, pienamente interreligiosa, che ci aspettiamo, e che farebbe fare al dialogo tra le religioni il vero atto comune, che strutturerebbe i loro rapporti reciproci in modo irreversibile.

    Ma questo rimane profezia. Sebbene rimanga ugualmente di estrema importanza questa Giornata comune di preghiera, digiuno e carità vissuta spiritualmente insieme, come ha proposto l’Alto Comitato per la Fratellanza Umana, che , dopo la Dichiarazione islamo-cattolica di Doha, riunisce rappresentanti dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islamismo.

    Si prega insieme , con le immagini della propria cultura e delle proprie tradizioni -ha detto con parole ispirate papa Francesco stamane durante la messa in Santa Marta- lo stesso Dio, perché ci aiuti a combattere questa pandemia virale e al tempo stesso tutte le altre pandemie: quella dimenticata della fame (che in questi primi quattro mesi dell’anno ha già fatto quasi quattro milioni di morti); e quella delle guerre, della violenza e delle miserabili condizioni di vita che continuano ad alimentare il calvario dei migranti, anch’esso dimenticato, ma che non finirà con la fine di questa Pandemia.

    Preziosa la preghiera del papa profeta, perché ci ha ricordato che non basta enumerare verbalmente queste diverse pandemie, ma che si deve soprattutto riconoscere che esse sono direttamente e indirettamente collegate tra loro. Unite dall’unica causa scatenante, quel “Paradigma Tecnocratico” che presiede nello stesso tempo sia alla rapina della Terra e al gravissimo cambiamento climatico che all’impoverimento di masse crescenti di persone (pari ai due terzi dell’umanità). Da questa diabolica miscela, o, se volete, da questo Male è direttamente scaturito il contagio del coronavirus, come hanno riconosciuto gli scienziati e gli intellettuali più illuminati. Ma, più in generale, tutte le pandemie da questo principio prendono le mosse: sia la grave pandemia educativa sia quella spaventosa dell’economia, che sotto le gigantesche distruzioni economico-sociali nasconde il fuoco di probabili e devastanti rivolte, e di una possibile reazione autoritaria da parte dei Governi.

    Una parola, infine, sulla preghiera per chiedere a Dio di eliminare la Pandemia ( questa e le altre). Qui c’è da dire, ancora una volta, che si tratta di una preghiera sbagliata a un Dio sbagliato. Chiedetelo alle decine di milioni di schiavi neri ammassati nelle galere che li portavano in America, o alle vittime della Shoah e di tutte le pulizie etniche e dei genocidi. Anche i Papi hanno dovuto ammettere che in qualche modo Dio era “assente”. E lo era, ma solo nel senso che Dio non opera in questo modo nel mondo, non è cioè il Grande Burattinaio che muove i fili della nostra vita da marionette. Non lo farebbe mai, Lui che ci ha creati liberi e a sua immagine e somiglianza. Dio certamente opera, il Padre è presente nei nostri drammi, ma lo fa da Sommo Bene che sostiene, ispira e promuove le nostre azioni di bene e di giustizia. In una parola, dobbiamo noi risolvere con azioni di giustizia e di bene il Male che abbiamo creato, diventando noi stessi preghiera, e promuovendo un radicale cambio di atteggiamento verso la Natura e verso i popoli poveri. Questo è il nostro specifico compito, e in questo il Dio, che è con noi, ci sostiene con la sua Potenza d’Amore. Dobbiamo pregare Dio tutti insieme, appartenenti a qualsiasi religione e anche a nessuna di esse, perché ispiri e supporti la nostra non più dilazionabile conversione a un umanesimo integrale e cosmico.

  • Com’è difficile tornare al Vangelo.

    La Chiesa è in tempesta, e coinvolge in prima persona la stessa figura del Pontefice venuto dal Sud del mondo. Lo sapevamo. E gli attacchi non cessano mai, anzi si fanno sempre più virulenti. L’ultimo, ieri, sul “Corriere della Sera”, a firma di Ernesto Galli della Loggia. Dove leggiamo: “L’accusa mossa al Papa…di essere virtualmente uscito dal solco del cattolicesimo fa sorridere”. Ma questa sarebbe poca cosa, giacchè, per l’editorialista, Bergoglio è uscito addirittura dal perimetro religioso : ” E’ un dato di fatto, invece, che non appena oltrepassa l’ambito delle cerimonie e dei riti, il discorso pubblico di Francesco inclina a perdere ogni specificità di tipo religioso”. E più avanti spiega che :”Quel discorso, privo di una significativa innervatura religiosa, resta solo un discorso ideologico, di una ideologia a sfondo populistico-comunitario-anticapitalistico, non dissimile da altri in circolazione specie nel Sud del mondo”. Guardate -spiega Galli della Loggia, rinverdendo la tradizione degli attacchi a Francesco di un Piero Ottone- a chi ama rivolgersi Francesco: “A soggetti vittime di situazioni negative. Ai “popoli”, ai “movimenti popolari”, o ad altri interlocutori analoghi (tipo gli immigrati, che per una sorta di incresciosa rimozione non vengono mai citati): ma sempre scelti…in una parte soltanto della società”. Insomma, il ritratto di un agitatore politico comunista e terzomondista, caro ai Trump, ai Bannon, ai Bolsonaro, ai cardinali Burke e Sarah, all’arcivescovo Carlo Maria Viganò e simili.

    Ma, oltre ai “destinatari”, dispiacciono all’editorialista anche i “contenuti” del discorso del Papa, che avrebbe abbandonato la dottrina sociale della Chiesa, “che si connotava per la sua sempre ribadita posizione di centro tra capitalismo liberale e statalismo socialista”, ma anche l’universalismo umanistico, caratteristico della pastorale pontificia. In questo modo, avverte Galli della Loggia:”Il messaggio evangelico e il relativo richiamo al “depositum fidei” cattolico tendono ad essere messi sullo sfondo fino a svanire”. E dunque, ci troveremmo di fronte a un Papa eretico e apostata, ma anche antioccidentale e filo russo e filo cinese. In Bergoglio, infatti, dominerebbero:” Insieme a una marcata noncuranza nei confronti della vicenda culturale dell’Occidente e a una ostilità sempre allusa ma chiarissima per il capitalismo e per gli Stati Uniti, una forte simpatia per la dimensione dell’iniziativa spontanea dal basso e per l’autorganizzazione popolare, l’avversione conseguente per tutto ciò che sa di istituzionalizzato, di ufficiale, di formale, nonchè la generale condivisione delle aspettative e delle scelte fatte proprie da ogni gruppo marginale, e infine l’auspicio di una sorta di economia natural-comunitaria a base egualitaria”.

    Ma questa è una caricatura di Francesco, degna di un Bannon e dei suoi amici italiani, di un Burke e di un Bolsonaro, che dispiace in bocca a uno studioso equilibrato e certamente non fondamentalista come Galli della Loggia.

    E’ tutto l’insegnamento di papa Francesco che contraddice questa narrazione, dalla “Evangelii gaudium” alla “Laudato Si'” ai grandi viaggi, nei quali Bergoglio semplicemente disegna la mappa preziosa del ritorno al Vangelo dove, il papa che si schiera coerentemente e concretamente dalla parte degli ultimi, sull’esempio di Gesù di Nazareth, non dimentica né l’Europa (si rileggano i grandi discorsi di Francesco a Strasburgo e gli appelli alla cooperazione di queste settimane alla UE, di fronte al trauma del coronavirus) né l’Occidente ( e i loro immensi problemi, a partire dal grande impoverimento di larghi strati della sua popolazione), e cerca di instaurare un dialogo nuovo, davvero nel segno del multilateralismo, con Cina e Russia. Non più come “emissario” e interprete degli interessi del Nord del mondo (che è stato il limite più grande del pontificato del papa polacco).

    E, lo ripetiamo ancora una volta, la scelta degli ultimi non è affatto sociologismo né populismo, in Francesco, ma pura scelta evangelica, intimamente spirituale ed escatologica, nel segno di quel cristianesimo che non è proprietà del club degli occidentali (come era per papa Ratzinger) ma respiro autenticamente cattolico e universale, alla sequela del Gesù che sta emigrando sempre più (anche per le colpe e i limiti dell’ Europa) verso Sud. Segno e manifestazione del nuovo grande movimento dei Paesi finora marginali verso un riscatto nella giustizia, che ridisegna la geopolitica del Pianeta.

    Dispiace che tutto questo sfugga a uno studioso come Galli della Loggia.

    Si pensi, solo per un momento, alla “Laudato Si'”, definita da intellettuali atei della caratura di Edgar Morin e Zygmunt Bauman, “primo passo verso una civiltà nuova”, che oggi si pone come autentica risposta profetica alla terribile sfida della Pandemia.

    Ma, a conti fatti, aveva ragione il grande Roberto Benigni:”Quello di Francesco è un pontificato drammatico, in cui ci sono cardinali che attaccano il papa e atei che lo sostengono…Tutto bene, la strada è quella giusta: Francesco sta portando la chiesa verso un luogo nuovo: il cristianesimo”.