Primavera, che torni a reiterare una speranza sempre più difficile e stanca; Primavera, che vieni, tu stessa, stanca e triste, perché si è rotto, forse, quell’Ordine che con te sempre si annuncia, Ordine più grande di noi, che dice la tua magia segreta, esoterica, perché inscritta nel linguaggio delle stelle e insieme nel respiro più intimo del nostro cuore.

Primavera, splendente ri-nascita, che “brilli nell’aria e per li campi esulti”, ma pure sconvolgimento del cuore, perché piccola Core tu ti accompagni, nella tua fuga dall’Ade, allo scarmigliato Eros.

Ma questo fino a che non esplodesse la peste, due anni fa. Ora, seconda Primavera dell’era Covid, è diverso: quanti amori morti, quante vite distrutte, e quanta oscurità nell’anima, malattia di speranza e di futuro soprattutto tra i più fragili, e che infierisce con furia rabbiosa nel continente dimenticato dei bambini e dei giovani, reclusi senza speranza nella scuola a distanza! Perché, in fin dei conti, il vaccino e una economia risanata, per quanto indispensabili, non servono a nulla se nel frattempo continuiamo a mortificare la vita.

E la vita continuiamo a ferirla, nonostante i drammatici avvertimenti, più di prima: perché è cresciuta la ferocia dell’uomo contro l’umano (sospesa la vita sociale, gli individui -che sono una sottospecie delle persone- cercano di sopraffarsi con più ardore di prima, e anche gli Stati fanno lo stesso con quella perversione nella lotta al contagio che chiamiamo geopolitica del potere mondiale, ma che in realtà è una geopolitica del suicidio umano), e dell’umano contro la Natura: dove la biodiversità continua a ridursi, la crisi climatica ad aumentare (con l’aumento della CO2 nell’atmosfera) e la crescita demografica a correre, indifferenti ad ogni resipiscenza.

L’abbiamo già detto, ma non bisogna smettere di gridarlo da tutti i tetti: accanto e prima della pandemia sanitaria, economica, sociale, c’è quella ecologica e spirituale che chiede una nuova radicale visione della Realtà, che coinvolge Uomo Cosmo e Dio (l’ho chiamata “Nuova Innocenza”, Non Nuocere più alla vita in tutte le sue forme; ed Ecozoico, l’era che succeda e ripari i guasti catastrofici dell’ Antropocene. Ma per questo, rimando al mio libro intitolato appunto “Una Nuova Innocenza”, per i tipi di Intermedia Edizioni).

Ma, per attingere questa nuova visione, questa radicale metanoia, dobbiamo cercare di capire cosa è veramente cambiato, e irreversibilmente; cosa ci è realmente capitato e sta mutando in profondità la nostra psiche, la nostra cultura, in una parola quel mondo che con il Covid abbiamo perduto. Dobbiamo cioè saperci immergere nel mare del dolore che ci ha assaliti, per la prima volta, come specie umana. E cercarne di illuminare gli abissi, comprenderne il senso, dal momento che quello che ci ha assaliti è un dolore inedito, inusuale, inclassificabile.

Siamo stati sopraffatti, già nel marzo dell’anno scorso, da una strana stanchezza e da uno strano avvilimento. Ci siamo sentiti inoperosi e inappagati. Ci sembrava di non fare niente, nonostante facessimo tante cose, in remoto e via internet, e in modo anche più stressante. In realtà vivevamo una inoperosità sociale -come ha giustamente osservato Marco Belpoliti- perché la socialità era sospesa, e gli altri erano l’untore, il potenziale nemico che ci avrebbe potuto contagiare e uccidere.

Ma sotto questa acuta frustrazione, serpeggiava un sentimento ancora più dilacerante e inaudito -che non siamo ancora riusciti a decifrare e ad elaborare: il lutto di aver perso il mondo, tutto il mondo, quello sociale e quello spazio-temporale, rinchiusi in una sorta di zoo di vetro, alieni e separati dal mondo animale e vegetale ma anche dalle creature cosmiche come il mare, il cielo, le montagne. E questa volta, prima assoluta, eravamo noi gli extraterrestri sulla faccia della Terra. Prigionieri all’interno di noi stessi e al di fuori di noi, a causa -cominciamo un poco a capirlo- della nostra stolta e arrogante aggressione alla vita in tutte le sue forme. Non si può immaginare una frustrazione più totale al narcisismo, allo spirito di un individualismo senza limiti e di una competizione dai tratti disumani, che per decenni -almeno da quando negli anni Settanta del secolo scorso si veniva imponendo quella patologia dell’economia e del capitalismo che si chiama finanza speculativa e liberismo selvaggio- hanno imperato, cambiando la faccia del mondo e dando corpo a quel paradigma tecnocratico che ha posto l’idolatria del denaro a capo dell’orda che ha saccheggiato popoli e creature. Cominciavamo a sentire che la terra ci mancava sotto i piedi e che ci sfuggiva il cielo, che anche la Terra cambiava e che cambiava il nostro panorama interiore.

Erano sensazioni che non hanno però messo radici, perché con l’estate ci siamo illusi che si tornasse alla normalità, ma la seconda ondata dell’autunno dello scorso anno abbiamo dovuto ricrederci. E allora la stanchezza è cresciuta, nonostante l’illusione che il vaccino ci potesse far uscire dal tunnel e ci riportasse all’agognata stanchezza di prima (di cui parla il filosofo Byung-Chul Han in “La Società della stanchezza”), quella della prestazione, della corsa e dell’affanno. E così la stanchezza è divenuta stanchezza del vivere, una stanchezza sottile per la banalità della vita, costretta negli angusti confini di casa e negli stretti confini del presente, negli orizzonti asfittici di quel che rimaneva del mondo, di cui abbiamo fatto l’esperienza corale della perdita. Ed ora essa ha preso la forma di una continua sonnolenza, una sonnolenza ansiosa e depressiva, come ognuno di noi può constatare di persona. Una stanchezza, che al tempo della seconda Primavera dell’epoca Covid, si è mutata infine in tristezza, con effetti devastanti sulla psiche soprattutto dei più fragili e delle giovani generazioni, che aggravano immensamente la catastrofe psicologica che da decenni, almeno dagli anni Settanta del Novecento, ci accompagna. Si calcola, per fare solo un esempio, che i tentativi di suicidio dei giovani tra i 12 e i 19 anni siano cresciuti tra il 20 e il 50% nel corso del 2020; e già prima del contagio il suicidio era la terza causa di morte giovanile.

Quale rinascita può rappresentare questa Primavera, che avviene fuori noi (e nonostante noi), per i giovani (ma il discorso, mutatis mutandis, vale per tutti noi) che sanno che la via della rinascita umana e sociale è frustrata alla radice dalla mancanza di lavoro, e che sentono che la rinascita della vita tout court è anch’essa radicalmente minacciata da un futuro reso fosco dalla crisi climatica e dalla distruzione della biodiversità e degli ecosistemi? E che forse presagiscono ciò che nemmeno gli adulti sanno o voglio ammettere: che il Covid ha inaugurato un’epoca che non finirà con nessun vaccino, perché a questa Pandemia altre ne seguiranno, dal momento che immutate ne rimangono le cause, e cioè -come avverte uno degli studiosi più autorevoli, Vaclav Smil- la deforestazione, la perdita della biodiversità, la crisi climatica, la crescita demografica e la sproporzionata crescita dell’Occidente a danni dei Sud del mondo. E, come se tutto questo non bastasse, occorre ricordare che i giovani hanno già fatto nella loro breve esistenza le esperienze drammatiche delle migrazioni bibliche, del terrorismo globale e della crisi economica internazionale, crisi che hanno lasciato cicatrici profonde quanto invisibili nella loro anima.

Come possiamo aprirci tutti noi alla speranza, se facciamo continuamente l’esperienza di un mondo sempre più inospitale e feroce?

Possiamo allora cominciare a cogliere i colori e la profondità della sofferenza e del dolore che gli umani vivono al tempo dell’universale contagio. E a sentire cosa veramente significhi aver compromesso quell’Ordine più grande di noi che la Primavera porta con sé: abbiamo avvelenato il linguaggio delle stelle e reso amaro il respiro del cuore. L’esperienza profonda che ci tormenta in questi drammatici mesi è, in altre parole, quella del vuoto del mondo e del vuoto del cuore. Ci pervade una penosa sensazione, che rimane perlopiù inespressa, di abbandono e solitudine, quasi di impossibilità ad essere salvati, disorientati dalla reazione confusa e disordinata delle istituzioni, politiche, scientifiche e educative alla peste che ha scompaginato i cardini del mondo. Nella profondità dell’inconscio collettivo è come se sentissimo che la risposta è inadeguata, che manca qualcosa di importante, che la reazione debba farsi rifondazione dell’esperienza della vita sulla Terra. Non abbiamo cioè davvero capito che non si torna più alla “normalità” di prima, che la storia del mondo ha voltato pagina, che questo sviluppo diseguale e insostenibile ha raschiato il fondo della botte, e che dunque va cambiato il barile. Appunto una nuova visione, un nuovo umanesimo integrale e cosmico, come scrivo in “Nuova Innocenza”.

Ma il viaggio necessario nell’abisso della sofferenza, vecchia e nuova, che la pandemia ha fatto deflagrare dentro e attorno a noi, non si può fermare qui; deve immergersi ancora più in profondità.

En passant, mi accorgo che l’immersione si fa trattenendo il respiro, e che in questa condizione di apnea ci ritroviamo tutti, sommersi dal contagio-naufragio universale. Tratteniamo il respiro e lo proteggiamo più o meno accuratamente, proprio perché è il “luogo” d’attacco del virus. Ma sarebbe opportuno che cominciassimo a pensare di dover cambiare respiro alla vita!

Perché abbiamo dimenticato che c’è anche” la pazienza del tempo fermo”. Che l’arrivo della Primavera evoca, con quel suo sbocciare dal lavoro immobile della Terra durante l’inverno, quando in un fervido silenzio la Natura sogna l’onda della nuova rinascita. Quella pazienza del tempo fermo che sarebbe un buon antidoto al troppo: di ritmo forsennato, di cose ammassate, di rumore e ansia da prestazione che ha soffocato il tempo della nostra vita negli ultimi decenni e che ci ha consegnati estenuati al “tempo imprigionato” della clausura. Nel silenzio claustrale imposto sarebbe bello se potessimo recuperare il ritmo del tempo fermo, e farne un’esperienza di arricchimento spirituale, perché la vita al suo acme e al suo fondo è contemplazione, contemplazione attiva.

Ma proseguendo nell’indagine sulla oscura sofferenza che è calata sul mondo come un tempo nei cieli della tragedia greca, scopriamo che questo dolore ci strazia con più ferocia per il fatto che lo abbiamo rimosso dall’orizzonte della nostra vita. Non sappiamo più vedere in esso il maestro di vita, qual è inciso costitutivamente nella nostra carne. La libertà della gioia e la potenza della creatività sorgono sempre dal dolore. Il che non significa affatto fare del dolorismo e della patiscibilità la trama della nostra vita. Ma proprio l’opposto, dal momento che è guardando in faccia il dolore ed elaborandone la crisi e il lutto che noi ci affranchiamo da esso. La luce nasce sempre dalle tenebre, e la stessa creatività -secondo l’autorevole testimonianza, tra tanti, di un Einstein- sorge dall’angoscia. Il dolore va superato, non è una valore, ed è patologia spirituale pensare di offrire la sofferenza a Dio!

Ma senza accogliere la realtà radicale (che sta cioè alla radice) del dolore noi ci depriviamo della possibilità di sciogliere i tanti nodi e i tanti mali dell’esistenza e di “liberare” infine la vita. Lo riconosce molto bene il filosofo Han in “La società senza dolore”: “Sopravviviamo in una società della positività che nel tentativo di sbarazzarsi di tutto ciò che è negativo, si convince che il dolore è privo di senso, e diventiamo incapaci di capire che è nella sofferenza che si approfondisce la relazione con il divino”. E ancora: “Questa scomparsa del senso ha fatto che nell’epoca della post-narrativa muore il racconto terapeutico, sostituito dallo sterile dataismo (il culto dei dati, dei big data e dell’algoritmo)”.

Ma ancora più al fondo di questa discesa negli inferi dell’anima contemporanea di fronte alla Pandemia ci imbattiamo nella tragica scomparsa del rito dall’orizzonte della nostra esistenza. Un vero e proprio buco nero, giacché senza riti la vita perde di linfa, di tensione, si atomizza e muore. O diventa un’altra cosa, come l’ibrido tecno-umano in gestazione, che agita gli incubi del post-umano.

“Nella società palliativa o dei “like”, del “mi piace” -scrive Han – la scomparsa dei riti ci fa perdere i contorni fondamentali della vita. E contribuisce alla morte della narrativa. Non più la ricerca di significato della poesia, ma il bisogno di informazioni del romanzo giallo. Non scrutare il cosmo tra le righe per capire l’invisibile, ma svelare chi è l’assassino. Il Dataismo!” (Cfr. “La scomparsa dei riti). E così- conclude Han- il nostro mondo non è più un teatro in cui si interpretano ruoli e vengono scambiati gesti rituali, ma diventa un mercato nel quale ci si mette a nudo e ci si esibisce.

Ecco, al fondo del dolore che la Pandemia ha fatto esplodere (ma che non ha reso manifesto) c’è questa infinita sofferenza che cambia di natura la vita, e cioè la perdita della cognizione del valore del dolore e il tramonto dei riti. C’è l’incapacità dell’invocazione, e cioè di chiamare, di dare un nome alle cose, alle persone, agli dei, e di rivolgersi a Dio. Smarrimento dunque della vocazione propria dell’umano.

Solo se penetriamo questa densità di dolore e, soprattutto, sappiano condividerlo -in empatia profonda con gli uomini, gli animali, le piante, in una parola con la vita- noi potremo individuare il percorso che ci potrà portare fuori dal tunnel.

Un mondo diventato più piccolo con la Pandemia esige un uomo più grande. E’ questa la sfida cruciale, la scommessa radicale. Per una autentica nuova Primavera, splendente e ardente, com’è inciso nella sua etimologia.

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